I pericoli nella preghiera

La preghiera cristiana non è esente da pericoli, spesso di varia natura, che possono però essere adeguatamente combattuti. Proprio per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce questa lotta il combattimento della preghiera. Nella parte IV, dedicata interamente alla grande avventura dell’orazione, si legge: “La preghiera è una lotta. Contro chi? Contro noi stessi e contro le astuzie del Tentatore che fa di tutto per distogliere l’uomo dalla preghiera, dall’unione con il suo Dio” (CCC 2725). Si tratta di una battaglia che non può che essere vinta, in quanto è condotta dallo Spirito che abita in noi. Ma è proprio qui che il Tentatore s’infiltra: facendoci credere che invece possiamo perdere. Uno dei primi pericoli è, infatti, lo scoraggiamento, che può avere diverse cause: la delusione di non essere esauditi come vorremmo, l’insofferenza efficientista verso la gratuità della preghiera, la tristezza di non riuscire a dare tutto a Dio, il ferimento del nostro orgoglio quando non si riesce a superare il peccato o non ci si accetta per quello che si è. E’una tentazione antica; il salmista scriveva: “Io dicevo nel mio sgomento: «Sono escluso dalla Tua presenza!»” (Sl 30,23). Lo scoraggiamento vuole farci credere che pregare non serve. “Per vincere tali ostacoli, si deve combattere in vista di ottenere l’umiltà, la fiducia, e la perseveranza” (CCC 2728). Altri gravi nemici della preghiera sono costituiti dalle distrazioni: possono colpire le parole o il loro senso, la concentrazione della mente o quella del cuore, e se si lascia loro spazio, alla fine si esce completamente dalla preghiera. La lotta alle distrazioni era sperimentata anche dai santi; santa Teresa d’Avila scriveva: “Mi succede alle volte di non poter formare un pensiero sensato né su Dio né su ogni altro buon soggetto, e nemmeno di fare orazione pur essendo in solitudine… Il danno mi viene dall’intelletto e dall’immaginazione. …L’intelletto tumultua in tal modo da sembrare un pazzo furioso che nessuno riesca a incatenare: non sono capace di tenerlo fermo neppure per lo spazio di un Credo”. Ma non bisogna lottare pensando al bersaglio che ci si para davanti: ciò farebbe il gioco della distrazione. Il Catechismo saggiamente avverte: “Andare a caccia delle distrazioni equivarrebbe a cadere nel loro tranello, mentre basta tornare al nostro cuore: una distrazione ci rivela ciò a cui siamo attaccati, e questa umile presa di coscienza davanti al Signore deve risvegliare il nostro amore preferenziale per Lui, offrendogli risolutamente il nostro cuore, perché lo purifichi. Qui si situa il combattimento: nella scelta del Padrone da servire” (CCC 2729). Un altro conosciutissimo pericolo per la preghiera è l’aridità. Per prima cosa bisogna capire che c’è un’aridità buona e un’aridità cattiva. L’aridità è cattiva quando è dovuta alla mancanza di radice in se stessi, perché il seme della Parola è caduto sulla pietra: il combattimento rientra allora nel campo della conversione, e ci chiede di rendere il terreno del nostro cuore più fertile e sensibile alla grazia. L’aridità buona è invece quando si è nel campo della fede pura, che però viene messa alla prova. Anche Gesù la sperimentò nell’agonia del Getsemani. Ma allora dove sta il pericolo? Nel non riconoscerla come una prova, nel sentirsi abbandonati, o, peggio ancora, traditi. Ecco perché è molto importante conoscere bene, oltre le Sacre Scritture, le vite dei Santi: innumerevoli volte essi raccontano delle loro prove di aridità, spesso durate anni, ma coraggiosamente superate. La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede insegna: “Per chi s’impegna seriamente verranno comunque tempi in cui gli sembrerà di vagare in un deserto e di non sentire nulla di Dio, malgrado tutti gli sforzi. Deve sapere che queste prove non vengono risparmiate a nessuno che prenda sul serio la preghiera… In questi periodi la preghiera che egli si sforzerà di mantenere fermamente, potrà dargli l’impressione di una certa artificiosità, benché si tratti in realtà di qualcosa di totalmente diverso: essa è infatti proprio allora espressione della sua fedeltà a Dio, alla presenza del quale egli vuole rimanere anche quando non è ricompensato da alcuna consolazione soggettiva” («La meditazione cristiana», 15 ottobre 1989, N.30). Un po’ come insegnano i nostri maestri di spiritualità quando ci ripetono: non cercate le consolazioni di Dio, ma il Dio delle consolazioni. Occorre molta vigilanza del cuore, altrimenti l’aridità può trasformarsi in svogliatezza: e il gioco del maligno è fatto. I santi sperimentarono perfino, come a volte anche noi, l’avversione alla preghiera: “Per molti anni badai più a desiderare che l’ora dell’adorazione finisse e ad attendere il segno dell’orologio che non a suscitarmi utili pensieri; molti giorni poi, non so quale grave penitenza avrei volentieri subito, piuttosto che raccogliermi a fare orazione” (S. Teresa, «Vita», 8,7). Se questo è capitato ai più grandi santi della storia della Chiesa (e talvolta, come essi scrivono, anche per anni), non possiamo arrenderci solo perché capita a noi. Infatti, non l’errore, non la caduta occasionale, ma la rinuncia al combattimento è l’unico vero nemico della preghiera. Perché con essa non si perde una battaglia, ma la guerra. E conosciamo bene il nome della maschera con cui la rinuncia (in sé troppo spaventosa ai devoti) si presenta a noi: incostanza. Un nome che ci fa meno paura e quindi ci scopre più indulgenti. Ma quando ho smesso di pregare, non potrò mai giurare che riprenderò a farlo. In effetti, se pregando ho smesso, non è forse ancor più difficile riprendere senza aver pregato? La lontananza da Dio c’indebolisce ancora di più. Proprio per questo la Bibbia avverte: “Pregate incessantemente” (Ef 6,18; 1Ts 5,17). E la nostra vita ne sarà il riflesso. “Si prega come si vive, perché si vive come si prega” (CCC 2725).

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