Se ripetiamo gli stessi peccati Dio si stancherà di perdonarci?

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

La questione posta dal lettore mette efficacemente in evidenza un problema piuttosto diffuso fra i cattolici: il disagio di accostarsi al sacramento della penitenza accusandosi sempre degli stessi peccati. Talora il disagio finisce con l’ingenerare una sfiducia che può condurre all’abbandono della pratica sacramentale, o perché il penitente finisce col sentirsi ipocrita e pensa «vado a confessarmi ma so benissimo che continuerò a fare gli stessi peccati»; o perché giunge a dubitare dell’efficacia del sacramento: «mi confesso ma tanto non cambia assolutamente niente»; o tutte e due le cose insieme.

Credo che l’abbandono del sacramento – per altro notoriamente in crisi – sia un grosso errore, perché rinunciando alla penitenza sacramentale rischiamo di eliminare dal nostro orizzonte una delle esperienze più preziose che ci siano state donate: l’esperienza del perdono del Signore. Tuttavia una riflessione critica stimolata dalla domanda del lettore non potrà che farci bene soprattutto se il nostro rapporto con il sacramento della riconciliazione è contrassegnato, come può succedere, da qualche disagio.

L’impressione di dover confessare sempre le solite cose può dipendere da diversi fattori.

Innanzitutto si deve riconoscere che la nostra vita a un certo punto prende determinate pieghe – e talvolta purtroppo sbagliate – che non è facile cambiare con un semplice atto della volontà per quanto sincero. Il sacramento d’altra parte non è un evento magico che mi può sanare in un sol colpo da tutte le inclinazioni viziose, è piuttosto un dono della grazia che mi abilita a un cammino di conversione da vivere con umiltà e speranza. Scoprirsi al momento come paralizzati di fronte a una prospettiva di progresso morale può essere una «croce» che, se portata con umiltà e senza abbandonare la speranza fiduciosa nel Signore, può costituire il primo passo per guarire dalla paralisi.

In secondo luogo si deve considerare il fatto che ci si può fissare a confessare sempre le stesse cose perché si fa un’analisi troppo superficiale della propria vita e si esamina la propria coscienza con criteri inadeguati, magari appresi nell’infanzia e mai condotti a maturazione. Si rischia così di non cogliere l’importanza di numerosi atteggiamenti, omissioni e soprattutto motivazioni il cui riconoscimento potrebbe rischiarare il percorso della conversione. Questo può accadere in particolare quando ci si confessa troppo di rado e quindi, anziché ripercorrere effettivamente la propria storia, si segue un cliché abitudinario; oppure, paradossalmente, quando ci si confessa assai spesso, come nel caso degli scrupolosi, fissandosi su determinati peccati senza riuscire a collocarli nel proprio vissuto.

Non si può, infine, escludere che talora dietro la confessione abituale delle medesime cose possa esserci una cattiva volontà e quindi effettivamente una certa ipocrisia. A questo proposito Basilio Petrà osserva che «in passato si insisteva sulla distinzione tra recidivi involontari e recidivi volontari (quelli che non fanno alcuno sforzo per opporsi o per seguire le indicazioni del confessore) e a giusto motivo: gli uni sono più vittime, gli altri in qualche caso sembrano protagonisti attivi della loro condizione abituale» (B. PETRÀ, Fare il confessore oggi, Bologna 2012).

Si deve dunque concludere che è possibile trovarsi nella spiacevole condizione di dover riconoscere e confessare abitualmente i medesimi peccati ma questo non implica necessariamente una condizione di ipocrisia se sussiste un desiderio sincero di conversione. Il desiderio di conversione, sostenuto dall’attenzione al vissuto e da un esame di coscienza adeguato, non andrebbe tuttavia confuso con l’«ansia di perfezione» – e mi perdoni il lettore se prendo le distanze da come egli si è espresso nella lettera – perché il vangelo non deve essere inteso come un fattore ansiogeno; mi pare più corretto parlare di speranza di guarigione e, magari, di desiderio di perfezione o di santità.
Queste considerazioni, ancorché sommarie, ci possono aiutare a rispondere alla precisa domanda del lettore: Dio «continuerà sempre ad avere misericordia?». La risposta è: «sì, purché non trovi in noi l’ostacolo dell’ipocrisia». Certo, anche dall’ipocrisia ci si può comunque pentire e la si può abbandonare per grazia di Dio. In questo pentimento e cambiamento delle disposizioni interiori consiste propriamente la metánoia, la conversione secondo il vangelo. Dobbiamo essere accorti a non confondere la recidività involontaria con l’ipocrisia, cedendo alla tentazione insidiosa della disperazione; ma non dobbiamo neppure trascurare di prendere le distanze dall’inautenticità che può albergare, più o meno profondamente, nel nostro cuore facendoci scivolare nella tentazione non meno insidiosa della presunzione di una salvezza a buon mercato.

In sintesi l’atteggiamento giusto per mettersi di fronte al mistero della misericordia divina è quello della virtù teologale della Speranza che, sostenuta dal dono del timor di Dio, ci tiene a distanza sia dalla deriva della disperazione che da quella della presunzione. Non dobbiamo mai dubitare della misericordia di Dio, né giungere alla conclusione che la salvezza ci sia ormai preclusa per la nostra indegnità; ma non dobbiamo nemmeno illuderci di avere già la salvezza in tasca perché comunque Dio sarà misericordioso, trascurando l’urgenza della conversione a cui il timore filiale di Dio, dono dello Spirito, amorevolmente ci spinge.

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